roles

Eight, huit, otto

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Otto. Non cinque, dieci e neanche un minuto. E’ quanto mi serve per cambiare d’abito, decine di volte al giorno. Cambiar d’abito metaforicamente, intendo. Cambiare ruolo, sesso, professione e tono di voce il più delle volte. Ho bisogno di otto minuti esatti al mattino per trasformarmi da zombie a hockey-mum, inforcare la 7 seater e portare i bambini a scuola dopo aver verificato la presenza della collation (rigorosamente glutenfree e nutfree, per insegnare ai giovani cosa è giusto mangiare, come da disegnino, raccomandazione scritta della maestra e e-mail della scuola), del quaderno con le aste sghembe, del pranzo e pure della merenda. Ancora otto minuti per arrivare nel mio caffè preferito e piazzarmi col computer e il caffé taglia Venti, esteticamente perfetta come struggling writer in the capital of Europe. Otto minuti per calarmi – spesso credibilmente – nei panni delle Ladies who lunch e discutere serissimamente di tate, bambini, vestiti, arredamento e ancora otto minuti, nell’arco della giornata, per rivestire le maschere del mattino e aggiungervi quelle di moglie, cuoca, fashion aware woman, intellettuale quanto basta, appassionata di cinema, hostess e a volte teenager innamorata dei personaggi delle serie tv. Ogni tanto spio le altre donne e mi chiedo se hanno tutte la stessa sensazione di trasformismo che un po’ mi diverte e un po’ mi soffoca. E se un giorno per sbaglio confondessi orari e maschere e mandassi a scuola la teenager e a tavola la struggling writer

Eight, huit, otto è il mio primo tentativo di dare un senso a questa schizofrenia dei ruoli che mi ossessiona da quando…da quando sono diventata adulta. Che, per me, è stato il momento in cui mi sono sposata. Il resto è stato solo una conseguenza naturale di quell’inversione a U fatta a 26 anni. Quando, tutto sommato, non avevo ancora capito niente di quel che mi aspettava.

Non garantisco di scrivere costantemente in italiano: la mia lingua madre si arrugginisce ogni anno che passo in esilio volontario e, francamente, i miei sconclusionati pensieri paiono spesso il cliché dell’emigrante.

Eight minutes. That is how long it takes me to change clothes. Metaphorically, of course. In eight minutes the morning zombie becomes the hockey-mum, efficiently driving to school her little treasures, all dressed and combed and fed and with the right snack (organic, gluten free and nut free) and the right lunch and the right apple juice to sip at during the afternoon break. Eight minutes and the hockey mum gets a Venti black coffee (no milk, no sugar, sometimes a drop of Stevia) and becomes a struggling writer, spending her working day in the neighborhood coffee shop. Eight minutes, every single time, to dress up as a nice lady (and talk over lunch of babysitters, children, schools and clothes), as a concerned liberal and intellectual, as a fashion aware woman in her 30s, as the chatty hostess at dinner, the fancy cook, the lovely wife, the romantic teenager and…it virtually never ends. Sometimes I find myself staring at other women and wondering if they all feel this schizofrenia which has been haunting me since I became an adult. In my personal dictionary, that happened when I got married, at 26, an age when I really had no clue about what was lying ahead. What would happen, one day, if I got confused somehow and sent to school the romantic teenager while the struggling writer takes care of dinner? 

Eight minutes is my first attempt at giving some structure to this constant change of roles in a woman’s life. I haven’t figured out yet in what language I will write. My mother tongue  is getting rustier every year I spend in voluntary exile while my french and my english are definitely “Brusselsised” and then fully understandable only to those crazy people living in the heart of Europe and constantly juggling with idiomas. I’ll follow my instinct on that. Something I NEVER do.