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The expat life (in Brussels)

Expat o emigrante? Questione di epoche. Per quanto mi riguarda, l’expat è solo un emigrante “with a cuter outfit”, tanto per dirla con le parole di Carrie Bradshaw (che pero’ ce l’aveva con scoiattoli e topi). Se proprio volessimo cercare il pelo nell’uovo, l’expat è colui che parte per tornare. L’emigrante, invece, non torna. Semplicemente perché a un certo punto non saprebbe dove. Come la maggior parte della categoria, ho cominciato da expat. Non che avessi particolarmente intenzione di tornare ma neppure avevo ancora metabolizzato l’idea di restare. L’expat è senza pensieri, approfitta della vacanza dal Paese d’origine per criticarne ogni singolo aspetto e per abbandonarsi con la stessa passione a serate rincuoranti con altri connazionali, a suon di cibo familiare, inside jokes, e amarcord. L’expat si innamora senza remore, tradisce, parte, torna, cambia, promette e poi se ne va. Non ha bisogno di una reputazione, gli basta quella che aveva a casa sua e che l’assenza non fa che addolcire in ogni caso.

L’emigrante è un’altra storia. Il Paese non gli manca neanche un po’, perché se lo ricorda sempre meno. I sapori, idem. I connazionali non lo divertono oltre dieci minuti, perché poi si mettono a lamentarsi di dove vivono, di quel che fanno, del tempo infame, della burocrazia idiota…e subito dopo attaccano con la solita solfa: a casa mia io sono un figo/a spaziale, conosco tutti, possiedo tutto e non guardo in faccia a nessuno. Perché a casa non ci torni, allora, resta un mistero. L’emigrante s’è dimenticato chi era prima, ma ha una vaga idea di quel che gli piacerebbe essere dopo. Ha perso familiarità con la lingua madre, ma senza padroneggiare completamente quella d’adozione. I connazionali lo trovano bizzarro e anche un po’ posato, con tutte quelle parole mezze sbagliate, usate a sproposito che non si sa mai se facciano snob o analfabeta. I locali d’altra parte, non hanno mai dimenticato il suo status di outsider. Sebbene ogni tanto si senta a casa, c’è sempre qualcuno che gli chiede se sia felice dove sta, se non gli manca troppo dove stava prima, se si vede abitualmente con i suoi connazionali.

Dieci anni di esilio volontario mi hanno definitivamente trasformata in un’emigrante. Ho figli mezzosangue che mischiano tre lingue in una frase, e mai che pronunciassero una parola che non suoni stonata, in tutte e tre le lingue. Mi sono dimenticata l’italiano e quando leggo qualcuno che lo scrive decentemente mi sorprendo sempre: ma certo, si dice cosi’, come suona bene. Vivo in francese senza passione e lascio vagare la mente in inglese.

Sono arrivata a Bruxelles con un piumino gigante, che neanche in Norvegia. Adesso porto il cappotto pure quando nevica. Non mi ricordo più che sapore hanno i latticini nostrani perché mi sono abituata alla versione made in Wallonia e dimentico di portare il pane in tavola. Ho gli stivali da ottobre a marzo ché tanto è inutile illudersi, poi ci si bagnano le caviglie. Eliminati i tacchi a spillo che si incastrano nel pavé e venduto il motorino. Dal mio punto di vista è cambiato tutto. Eppure mi siedono ancora a tavola accanto agli stranieri, che chissà cosa avranno da dirsi, magari son contenti di stare tra di loro, gli “expat”. 

Expat or immigrant? An expat is just an immigrant “with a cuter outfit”, to say it with Carrie Bradshaw (who used to talk of squirrels and rats, to be honest). If I have to find a difference, I could say that an expat leaves his native country with the perspective of going back at some point while immigrants don’t go back. An expat is often young and carefree and full of curiosity about his stay abroad, eager to discover everything and then happy to see his fellow countrymen with whom he feels safe. An expat doesn’t need a reputation because he already has one at home (certainly softened by his absence): he falls in love and cheats and leaves and promises and comes back. An expat feels free even if he isn’t so.

An immigrant is a different story: he doesn’t miss “home” because he has forgotten what it really looks like. He doesn’t particularly like to mingle with countrymen because he finds them so annoying and predictable: always complaining, being homesick and  blaming the guest country for their own inability to adapt. 

After almost ten years of voluntarily exile, I am officially an immigrant. I have halfblooded kids who mix up three languages in one single sentence and then can’t pronounce anything without a metallic accent. I forgot my Italian (which used to be pretty good), I live in French without passion and I let myself dream in english.

I came to Brussels with a huge, heavy ski jacket and now I only wear a coat when it snows. I forgot how real mozzarella di bufala tastes because I am used to the made in Wallonia one. I don’t put the bread on the table anymore and I wear boots from October till march, having slowly understood that otherwise my ankles will get cold and wet. Stiletto heels are gone and so is my beloved motorino. From my point of view, everything has changed. But malgré tout, Belgians are extremely consistent in seating me next to other foreigners at dinner tables, they probably believe that expats have much more to tell each other.