Month: November 2012

Fifty shades of Grey or the modern Cinderella

Mio marito sta leggendo, con una lentezza disarmante, Fifty Shades of Grey. Scuote la testa a ogni pagina e mi chiede: “Ma che ci sarà mai in questo libro? E’ di una noia mortale”. E mi fornisce le seguenti ragioni (non mitigate dalla scoperta che un tipo, che doveva pensarla come lui, ha pensato di fare un libro che spieghi Fifty Shades al genere maschile):

“Non posso passare cinquanta pagine a sentirmi le pippe mentali di questa ragazzina”

“Ma il sesso quando arriva?”

“Ma questa non smette mai di parlare? E di pensare? E poi, il subconscio vestito di rosso che si dimena in hula hoop? Maddai! Ma come hai fatto a leggere sta roba?”.

Ho esitato per mesi a comprarlo, scoraggiata dalle stroncature lette a destra e a manca (specie in Italia ma dopo aver letto un estratto sono rimasta senza parole: non sarà letteratura dal principio ma la traduzione l’ha definitivamente massacrato). Poi, ovviamente, ho fatto di testa mia. Intrigata dal clima carbonaro fomentato dalle lettrici. “Ma com’è ‘sto Fifty Shades?”, ho chiesto in giro a un po’ di amiche, di età e nazionalità diverse.

Il tono di voce si è abbassato regolarmente, accompagnato da un’aria cospiratoria:

“Eeeh, cosi’. Un po’ crudo”

“Ma vale la pena che me lo compri?”

“Mah….vedi tu”.

Comprato, ovviamente. E non lo rimpiango.

Fifty Shades of Grey è un Bignami delle migliori favole Disney. Anzi, tra qualche centinaio d’anni Disney potrebbe farne una versione animata. (Ipotizzando che tra qualche centinaio d’anni, a causa del rischio di estinzione della specie, siano saltati tutti i tabù..). Vedetela cosi’:

Studentessa di umili origini ma nobile intelletto, cassiera part-time in ferramenta per pagarsi gli studi e giornalmente vessata dalla coabitazione con una sorta di Gisele Bündchen, miliardaria e ammaliatrice, incontra sotto false pretese un principe azzurro, straordinariamente ricco, bello e anche giovane. Spaventata dai suoi sentimenti, la giovane fanciulla, ancora ignara della corruzione del mondo, cerca di sfuggire al principe ma la di lui caparbietà nel ritrovarla e conquistarla non le lasciano scampo. E fin qui il format Cenerentola viene rispettato alla perfezione, con appena qualche licenza poetica. Ma Cenerentola non bastava e quindi la nostra giovane eroina deve attingere al vissuto di qualche altra principessa dell’infanzia. Scopre che l’amato cela un oscuro segreto ma col suo amore costante e incondizionato, riuscirà a prevalere sui demoni e a far riemergere tutto quanto di buono e puro si cela nel cuore del principe. E qui abbiamo letto la Bella e la Bestia. Le vicende talora rocambolesche dei protagonisti ricordano per momenti le avventure di Aurora aka La Bella Addormentata o quelle di Biancaneve ma quel che importa è che il finale sia assolutamente disneyano: e vissero felici e contenti, conservando una vita sessuale da guinness dei primati malgrado gli anni, le rughe, i figli e la noia coniugale.

Le donne amano Fifty Shades non perché siano delle appassionate di “mommy porn” ma perché è una favola dei giorni nostri in cui il principe azzurro ha i capelli color rame (e una inquietante somiglianza a Michael Fassbender, ma forse sono solo io che me lo sono immaginato cosi’ attraverso i tre tomi), gira in elicottero, guadagna oscene somme di denaro, ha ottimo gusto in tema di vestiti, è persino generoso e pare anche pervertito. Con buona pace di tutte le principesse tra le lettrici, scopriremo che in realtà i suoi eccentrici gusti sessuali e i suoi comportamenti criminali (stalker, aggressivo, violento) sono solo il frutto di un’infanzia drammatica e che basterà l’amore della fanciulla pura e incontaminata per farne un docile agnellino ( a tempi di record, peraltro. Christian Grey dopo aver passato la vita in psicoterapia risolve il 95% dei suoi problemi passando un paio di serate con Anastasia Steele).

Non vi fate più domande, signori miei. Come dice Grey, “a (wo)man can dream”.

With extreme sluggishness my husband is reading  Fifty Shades of Grey. He shakes his head every few lines and keeps asking me: “What about this book? Why are women reading it? It’s deadly boring”. And he provides the following reasons (not mitigated by the fact that a guy published a guide to Fifty Shades for men):

“I can’t spend fifty pages reading of the mental masturbations of this girl”

“Where is the sex?”

“Why is this girl constantly talking, or thinking? And what about her subconscious dancing the hula hoop in a red dress? Come on!”

I hesitated for months before buying it, discouraged by the bad critics and at the same time intrigued by the voice lowering and conspiration attitude my girlfriends took when I asked about the book.

“Did you read it? Should I get it?”, I asked during the summer to a few women, of different ages and nationalities.

Their reaction was unanimous: “Well, you know…just read it. You’ll see by yourself”.

So I got THE book. And never regretted it.

Fifty Shades of Grey is a compendium of the best Disney fairy tales. Here is why:

Middle-class college student of average looks and few means (insecure and living with a Gisele Bündchen-like über rich and blonde flatmate) meets a breathtaking millionaire, impressively handsome, young and talented. The young, uncorrupted, girl will try to escape only to be conquered by the bold prince, who will use every mean to make her his (even buy her a company so that at the age of 22 she can have a dream career in publishing). Well, we’re in deep Cinderella territory here.  But Cinderella wasn’t enough and so our heroine has to look at another Disney princess model: Belle. The handsome prince hides a dark secret and he will be saved only by the true and unconditional love shown by his loved one. The adventurous bits of the story could fit well in a modern Sleeping Beauty or in Snow White. What matters most is that we have a real Disney ending: “and they lived happily ever after and had a sensational sex life in spite of aging, wrinkles, children and boredom”. 

Women like Fifty Shades not because of the sex but as a modern fairy tale where the prince charming has copper hair and looks like Michael Fassbender (possibly with the grin he had on the subway in SHAME..is it just me or someone else imagines Christian Grey with Fassbender’s looks?). This prince has dumped the white horse to fly around on his helicopter, he makes an obscene amount of money, has excellent taste in clothes and is ridiculously generous. And a little perverted. The princesses among the readers will discover that the prince’s eccentric sexual habits and criminal behaviours (he is a stalker, aggressive and even violent) are in fact the consequences of a horrible childhood and that true love will be enough to make a lamb of him (and in a very short time: Christian Grey spent his life in therapy and yet after a few soirées with Anastasia Steele he’s cured). 

Don’t ask too many questions, gentlemen. As Grey says: “a (wo)man can dream”. 

The expat life (in Brussels)

Expat o emigrante? Questione di epoche. Per quanto mi riguarda, l’expat è solo un emigrante “with a cuter outfit”, tanto per dirla con le parole di Carrie Bradshaw (che pero’ ce l’aveva con scoiattoli e topi). Se proprio volessimo cercare il pelo nell’uovo, l’expat è colui che parte per tornare. L’emigrante, invece, non torna. Semplicemente perché a un certo punto non saprebbe dove. Come la maggior parte della categoria, ho cominciato da expat. Non che avessi particolarmente intenzione di tornare ma neppure avevo ancora metabolizzato l’idea di restare. L’expat è senza pensieri, approfitta della vacanza dal Paese d’origine per criticarne ogni singolo aspetto e per abbandonarsi con la stessa passione a serate rincuoranti con altri connazionali, a suon di cibo familiare, inside jokes, e amarcord. L’expat si innamora senza remore, tradisce, parte, torna, cambia, promette e poi se ne va. Non ha bisogno di una reputazione, gli basta quella che aveva a casa sua e che l’assenza non fa che addolcire in ogni caso.

L’emigrante è un’altra storia. Il Paese non gli manca neanche un po’, perché se lo ricorda sempre meno. I sapori, idem. I connazionali non lo divertono oltre dieci minuti, perché poi si mettono a lamentarsi di dove vivono, di quel che fanno, del tempo infame, della burocrazia idiota…e subito dopo attaccano con la solita solfa: a casa mia io sono un figo/a spaziale, conosco tutti, possiedo tutto e non guardo in faccia a nessuno. Perché a casa non ci torni, allora, resta un mistero. L’emigrante s’è dimenticato chi era prima, ma ha una vaga idea di quel che gli piacerebbe essere dopo. Ha perso familiarità con la lingua madre, ma senza padroneggiare completamente quella d’adozione. I connazionali lo trovano bizzarro e anche un po’ posato, con tutte quelle parole mezze sbagliate, usate a sproposito che non si sa mai se facciano snob o analfabeta. I locali d’altra parte, non hanno mai dimenticato il suo status di outsider. Sebbene ogni tanto si senta a casa, c’è sempre qualcuno che gli chiede se sia felice dove sta, se non gli manca troppo dove stava prima, se si vede abitualmente con i suoi connazionali.

Dieci anni di esilio volontario mi hanno definitivamente trasformata in un’emigrante. Ho figli mezzosangue che mischiano tre lingue in una frase, e mai che pronunciassero una parola che non suoni stonata, in tutte e tre le lingue. Mi sono dimenticata l’italiano e quando leggo qualcuno che lo scrive decentemente mi sorprendo sempre: ma certo, si dice cosi’, come suona bene. Vivo in francese senza passione e lascio vagare la mente in inglese.

Sono arrivata a Bruxelles con un piumino gigante, che neanche in Norvegia. Adesso porto il cappotto pure quando nevica. Non mi ricordo più che sapore hanno i latticini nostrani perché mi sono abituata alla versione made in Wallonia e dimentico di portare il pane in tavola. Ho gli stivali da ottobre a marzo ché tanto è inutile illudersi, poi ci si bagnano le caviglie. Eliminati i tacchi a spillo che si incastrano nel pavé e venduto il motorino. Dal mio punto di vista è cambiato tutto. Eppure mi siedono ancora a tavola accanto agli stranieri, che chissà cosa avranno da dirsi, magari son contenti di stare tra di loro, gli “expat”. 

Expat or immigrant? An expat is just an immigrant “with a cuter outfit”, to say it with Carrie Bradshaw (who used to talk of squirrels and rats, to be honest). If I have to find a difference, I could say that an expat leaves his native country with the perspective of going back at some point while immigrants don’t go back. An expat is often young and carefree and full of curiosity about his stay abroad, eager to discover everything and then happy to see his fellow countrymen with whom he feels safe. An expat doesn’t need a reputation because he already has one at home (certainly softened by his absence): he falls in love and cheats and leaves and promises and comes back. An expat feels free even if he isn’t so.

An immigrant is a different story: he doesn’t miss “home” because he has forgotten what it really looks like. He doesn’t particularly like to mingle with countrymen because he finds them so annoying and predictable: always complaining, being homesick and  blaming the guest country for their own inability to adapt. 

After almost ten years of voluntarily exile, I am officially an immigrant. I have halfblooded kids who mix up three languages in one single sentence and then can’t pronounce anything without a metallic accent. I forgot my Italian (which used to be pretty good), I live in French without passion and I let myself dream in english.

I came to Brussels with a huge, heavy ski jacket and now I only wear a coat when it snows. I forgot how real mozzarella di bufala tastes because I am used to the made in Wallonia one. I don’t put the bread on the table anymore and I wear boots from October till march, having slowly understood that otherwise my ankles will get cold and wet. Stiletto heels are gone and so is my beloved motorino. From my point of view, everything has changed. But malgré tout, Belgians are extremely consistent in seating me next to other foreigners at dinner tables, they probably believe that expats have much more to tell each other. 

Eight, huit, otto

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Otto. Non cinque, dieci e neanche un minuto. E’ quanto mi serve per cambiare d’abito, decine di volte al giorno. Cambiar d’abito metaforicamente, intendo. Cambiare ruolo, sesso, professione e tono di voce il più delle volte. Ho bisogno di otto minuti esatti al mattino per trasformarmi da zombie a hockey-mum, inforcare la 7 seater e portare i bambini a scuola dopo aver verificato la presenza della collation (rigorosamente glutenfree e nutfree, per insegnare ai giovani cosa è giusto mangiare, come da disegnino, raccomandazione scritta della maestra e e-mail della scuola), del quaderno con le aste sghembe, del pranzo e pure della merenda. Ancora otto minuti per arrivare nel mio caffè preferito e piazzarmi col computer e il caffé taglia Venti, esteticamente perfetta come struggling writer in the capital of Europe. Otto minuti per calarmi – spesso credibilmente – nei panni delle Ladies who lunch e discutere serissimamente di tate, bambini, vestiti, arredamento e ancora otto minuti, nell’arco della giornata, per rivestire le maschere del mattino e aggiungervi quelle di moglie, cuoca, fashion aware woman, intellettuale quanto basta, appassionata di cinema, hostess e a volte teenager innamorata dei personaggi delle serie tv. Ogni tanto spio le altre donne e mi chiedo se hanno tutte la stessa sensazione di trasformismo che un po’ mi diverte e un po’ mi soffoca. E se un giorno per sbaglio confondessi orari e maschere e mandassi a scuola la teenager e a tavola la struggling writer

Eight, huit, otto è il mio primo tentativo di dare un senso a questa schizofrenia dei ruoli che mi ossessiona da quando…da quando sono diventata adulta. Che, per me, è stato il momento in cui mi sono sposata. Il resto è stato solo una conseguenza naturale di quell’inversione a U fatta a 26 anni. Quando, tutto sommato, non avevo ancora capito niente di quel che mi aspettava.

Non garantisco di scrivere costantemente in italiano: la mia lingua madre si arrugginisce ogni anno che passo in esilio volontario e, francamente, i miei sconclusionati pensieri paiono spesso il cliché dell’emigrante.

Eight minutes. That is how long it takes me to change clothes. Metaphorically, of course. In eight minutes the morning zombie becomes the hockey-mum, efficiently driving to school her little treasures, all dressed and combed and fed and with the right snack (organic, gluten free and nut free) and the right lunch and the right apple juice to sip at during the afternoon break. Eight minutes and the hockey mum gets a Venti black coffee (no milk, no sugar, sometimes a drop of Stevia) and becomes a struggling writer, spending her working day in the neighborhood coffee shop. Eight minutes, every single time, to dress up as a nice lady (and talk over lunch of babysitters, children, schools and clothes), as a concerned liberal and intellectual, as a fashion aware woman in her 30s, as the chatty hostess at dinner, the fancy cook, the lovely wife, the romantic teenager and…it virtually never ends. Sometimes I find myself staring at other women and wondering if they all feel this schizofrenia which has been haunting me since I became an adult. In my personal dictionary, that happened when I got married, at 26, an age when I really had no clue about what was lying ahead. What would happen, one day, if I got confused somehow and sent to school the romantic teenager while the struggling writer takes care of dinner? 

Eight minutes is my first attempt at giving some structure to this constant change of roles in a woman’s life. I haven’t figured out yet in what language I will write. My mother tongue  is getting rustier every year I spend in voluntary exile while my french and my english are definitely “Brusselsised” and then fully understandable only to those crazy people living in the heart of Europe and constantly juggling with idiomas. I’ll follow my instinct on that. Something I NEVER do.